LEGA NAVALE ITALIANA

Sezione di Savona

 

marzo 2008


Catture on line

Racconto 9° classificato al concorso " Racconti nel blu" indetto nel 2009 dalla rivista, PESCASUB e APNEA

Un incontro inaspettato.

di Peirano Leandro

 

Sono due settimane almeno che non riesco a mettere le pinne in acqua, da giorni e giorni  le condizioni meteomarine non sono delle migliori; tempo brutto e mare perennemente grosso non invitano certo a una rilassante battuta di pesca. E pensare che ne avrei proprio bisogno : sul lavoro, ormai, i problemi e le rotture di scatole hanno superato abbondantemente il livello di guardia!

 Ho bisogno di andare in mare ! Mi sento quasi come un drogato in crisi d’astinenza…

 Mi calmo, guardo le foto di qualche bella cattura del mio recente passato; un giro su Internet e, infine, un’occhiata alle previsioni meteomarine del bollettino della Liguria. Incredibile ! Sembra che per questo fine settimana il maltempo ci concederà un po’ di tregua!

Mi attacco immediatamente al telefono e chiamo Marco, il mio attuale compagno di pesca, per vedere se è disponibile a verificare che il bollettino non ci abbia rifilato l’ennesima pietosa menzogna; chissà,  forse  quelli che compilano le previsioni sono pescasub, anche loro in crisi d’astinenza !

Con Marco ci accordiamo per il sabato pomeriggio : lui al mattino ha alcuni impegni di lavoro inderogabili e per me va bene. Almeno al sabato mattina potrò dormire un po’. Faccio di mestiere l’autotrasportatore, tutta la settimana mi alzo a delle ore che per molti sono quelle giuste per andare a letto, se mi riposo un po’ ogni tanto …l’importante poi è poter finalmente andare in mare!

Finalmente è sabato pomeriggio; parcheggiata la macchina lungo l’Aurelia cominciamo il rituale della vestizione scambiando quattro chiacchiere parlando di tutto meno che del mare; sentiamo  il mugghiare delle onde che sbattono sull’arenile e ci guardiamo in faccia : quando scenderemo sulla spiaggia vedremo cosa fare! Afferrati i fucili e le altre carabattole di cui ogni buon pescatore subacqueo non può fare a meno, imbocchiamo la scalinata che ci conduce fino alla spiaggia, qui giunti io e Marco osserviamo il mare. È sempre grosso, ma la voglia ( o il bisogno? ) è tale da farci sembrare le onde non poi così  minacciose. Bene o male io e il mio socio riusciamo ad entrare in acqua senza danni ma il mare ci presenta subito il conto: l’acqua è ancora molto torbida, davanti alla spiaggia la visibilità è inesistente; inutile portarsi su un bassofondo a posidonia posto a poca distanza a tentare degli aspetti. Anche girasse qualche cefalo o qualche spigola se proprio non vengono a suicidarsi infilzandosi da soli sulla tahitiana, non riusciremmo a vederli, figurarsi “udire” le loro scodate come leggo che sentono i pescatori dell’Adriatico nelle loro zone perennemente torbide! Per me quei resoconti sono pura letteratura!

Ci dirigiamo verso la scogliera del muraglione frangiflutti del porto di Vado Ligure che già altre volte si era rivelato un posto con un po’ di visibilità quando tutti gli altri posti sembravano enormi tazze di caffellatte.

Arrivati in vicinanza della scogliera notiamo, con sollievo, che quei tre-quattro metri di visibilità per poter almeno provare a pescare ci sono; certo, non è il massimo, il fondale resta un enigma di chiaro-scuri indecifrabili mentre scorgere dei pesci in lontananza è un’impresa, ma non importa, l’importante è essere qui, poter pescare !

Cominciamo a scorrere la franata alla base della scogliera artificiale, Marco resta in fuori mentre io accosto più che posso, fin quasi dove sbatte l’onda, nel tentativo di sorprendere qualche pesce nella schiuma. Scendo anche a esplorare le cavità e gli stretti passaggi formatisi fra i massi sommersi, inutilmente: il forte moto ondoso ha convogliato grandi quantità di alghe morte e altri detriti un po’ meno naturali in questi recessi portando la visibilità a zero. Credo anche che tutta questa sospensione più o meno grossolana sia alquanto fastidiosa per le delicate branchie dei nostri amici pinnuti, sarà difficile trovare ( e vedere !) qualcosa in quella brodaglia.

Come previsto non si vede nulla. Di comune accordo decidiamo di allargarci un poco e di provare a fare degli aspetti, alternandoci nelle discese sia per controllarci a vicenda, sia per non disturbarci durante l’azione di pesca. Il mare sta aumentando e Marco è un po’ in apprensione. Si è avvicinato alla pesca subacquea da nemmeno un anno e manca un po’ di esperienza. Le onde sono già più alte e ravvicinate rispetto a quando siamo entrati in acqua, si formano delle creste schiumose per il forte vento ma sono ancora affrontabili, per ora,  se la situazione poi dovesse diventare non più gestibile usciremmo, a malincuore, ma usciremmo. Io non ho più l’ età per azzardi inutili!

Il primo aspetto tocca a me: mi allontano ancora un po’ dal frangiflutti, ecco, qui va bene. Comincio a ventilarmi mentre cerco di rilassarmi facendo il vuoto nella mente, ultimo atto respiratorio, sfilo il boccaglio e …giù, capovolta e scendo sparendo, poco dopo nel torbido. Sento l’ acqua che si apre davanti a me richiudendosi alle mie spalle al mio passaggio, quasi a volermi accogliere come fossi una sua creatura che torna a casa dopo esser stata via troppo a lungo. In esso io mi sento a casa, mi sento rinascere, la mia mente assapora quella pace a lungo agognata… continuo a scendere quasi in trance. Arrivo sul fondo, contatto morbido e mi piazzo fra due scogli, puntellandomi con le ginocchia e il braccio sinistro per resistere al moto ondoso mentre la mano destra tiene il 90 puntato in avanti. Alcune castagnole mi eleggono a loro rifugio provvisorio danzando attorno alla mia maschera mentre tutto intorno scorgo le macchie scure laterali delle menole che, tranquille, si lasciano cullare dalle onde. Il tempo passa, l’ apnea è agli sgoccioli, nulla di interessante è arrivato a tiro; con un colpo di pinna mi stacco dal fondo e comincio una lenta risalita ruotando su me stesso per osservare ciò che accade intorno. Sto bene, sono sereno, sento il flusso delle onde quasi fosse il respiro del mare; sento la sua forza nel rumoreggiare dei cavalloni che si infrangono sulla scogliera. Quella furia, indifferente a tutto, si abbatte sulla costa modificandola, cambiandola lentamente ma continuamente ed io, in mezzo a tutto ciò, non posso fare a meno di pensare quanto siamo piccoli e insignificanti, e quanto piccoli e insignificanti siano i nostri problemi di tutti i giorni… quasi le stesse sensazioni  provo quando mi capita di osservare il cielo in una notte serena. Il numero incommensurabile di stelle che appaiono in quella vastità inconcepibile mi danno una strana vertigine…

Sono ormai in superficie, mi ridesta dai miei pensieri “ filosofici” il mio compagno di pesca che, come d’ abitudine, con gesti convenzionali mi chiede se è tutto a posto; il mio gesto affermativo di risposta lo tranquillizza. Tocca a Marco scendere; comincia a ventilarsi, esegue la capovolta e scende. Dalla superficie seguo con lo sguardo i primi metri della sua discesa fino a quando non scompare nel torbido; stimo dove possa essere e comincio mentalmente a tenere il tempo. Casualmente ( o forse ho presagito qualcosa? ) alzo lo sguardo : davanti a me, nel torbido, prende forma una grossa sagoma scura che mi punta decisa avvicinandosi rapidamente.

Cos’è? Cos’è? Mille domande affollano la mia mente mentre affiora dai meandri più oscuri la paura ancestrale dello squalo… non ne ho mai incontrati nel loro ambiente, ma il mare è grande e tutto può accadere…l’ adrenalina sale a mille… ecco, dalla nebbia appare un grosso tonno che passa, senza fretta, sul mio fianco destro, un paio di metri appena sotto la superficie, vicinissimo, a meno di un metro dalla punta del mio fucile lasciato penzolare inerte.

 È veramente enorme! Mentre transita, indifferente alla mia presenza,  osservo il suo grande, profondo occhio scuro, il suo opercolo branchiale,  il fianco grigio acciaio segnato da alcune cicatrici, le grandi pinne, le carenature presenti sul peduncolo caudale, l’ enorme e potente coda falciforme… frazioni di secondo eterne; basterebbe premere il grilletto senza nemmeno mirare e lo centrerei in pieno. E poi ? Ho un arbalete da 90 con l’asta monoaletta, una cinquantina di metri di sagolino nel mulinello. Il mio socio è ancora sul fondo, all’aspetto; non ha molta esperienza e non potrebbe essermi di alcun aiuto, inoltre il mare continua a ingrossare… frazioni di secondo eterne, l’ indice della mano destra si rilassa e scivola via dal grilletto del fucile… l’enorme pesce sfila via indenne scomparendo nel torbido come non fosse mai esistito, come fosse stato solo una visione.

Marco intanto è venuto su e vede che sono agitato. Gli racconto cosa è successo, cosa mi è passato vicino pochi attimi prima. Lui non lo ha neanche intravisto ma, mentre era appostato, sul fondo a un certo punto ha visto tutti i pesci schizzare via come fulmini! Riprendiamo a pescare, o meglio, Marco riprende a pescare; io non mi sento più: non riesco a ventilare, non riesco a scendere, sono rimasto troppo scosso da questo incontro inaspettato, fortuito. Un’ emozione fortissima che, da sola, vale tutta una stagione di pesca.  Decidiamo di comune accordo di interrompere qui, di rientrare a riva prima che la cosa diventi troppo problematica. Il mare è sempre più mosso.

Siamo fuori, sulla spiaggia dopo un’uscita da naufraghi che approdano su un’isola deserta; Marco raccoglie i suoi pezzi mentre io, plancetta e fucili in spalla, mi volto a osservare un mare sempre più cupo sotto un cielo ormai nero come la notte. Osservo il mare,  rivolgendogli un muto ringraziamento per tutto quello che riesce a offrirmi ogni volta che entro in lui,  in punta di piedi,  per bearmi della gran pace e serenità che infonde nel mio animo.